“SVILUPPARE IL SUD PER RAFFORZARE IL NORD, adottiamo il modello tedesco” Giovanni Amico, Dirigente, già Assessore al Bilancio del Comune di Agrigento

4 Maggio 2020

Negli ultimi mesi lo scontro tra nordisti e suddisti si è fatto serrato. Non era così da tempo. Infatti, da quando Salvini “è cambiato di carattere”, illuminato sul fenomeno delle migrazioni da un nuovo e più ampio orizzonte ideologico, si è passati dal “via i meridionali dal Nord” al più ampio “via gli immigrati dall’Italia” e da quando anche in merito alle posizioni di geografia politica sui confini ha rivisto i propri convincimenti, sostituendo “la padania fuori dall’Italia” con il più suggestivo “l’Italia fuori dall’Europa”, tutto sembrava far credere che nordisti e sudisti avessero raggiunto una tregua. Insomma non più “prima il NORD” e dopo il SUD, ma “prima gli Italiani”; tutti, anche i meridionali. Tanto ci piacque che la Lega cominciò a mietere consensi a SUD: il tema divisivo sembrava superato.
Con la ripresa del dibattito sul federalismo differenziato di qualche mese addietro, però, è scattato di nuovo l’allarme livello CHARLIE. Nel frattempo, le schermaglie per le dichiarazioni del Ministro leghista hanno tenuto visibile il nodo del contendere, in ultimo, richiamato dal clamoroso intervento da cartellino rosso del Direttore di Libero. Insomma il tema del Nord contro Sud è, ormai da un bel pò, costantemente presente sui giornali, nelle televisioni, nelle radio e sui social.  
Sarà forse per i toni particolarmente coloriti ed estremi che assume nelle agorà virtuali, ma rilevo che la guerra tra nordisti e suddisti sta avendo particolare risalto sul fronte dei social, dove tra post e commenti non è raro leggere accuse ed insulti che dalle batterie Nordiste di artiglieria tastierata piovono verso le trincee di resistenza suddista che non lesina, a sua volta, contrattacchi a colpi di post contro risorgimentali che arrivano a rispolverare i vessilli borbonici del ricco Regno delle due Sicilie, depredato e saccheggiato dai Sabaudi colonialisti.
Tornano, così, prepotentemente a galla tutti i temi che ci dividono da sempre. Quelli atavici e pregiudiziali che con antipatiche generalizzazioni, cui nessuno sfugge, fanno dei meridionali i terroni sporchi, sfaticati e parassiti e dei settentrionali i polentoni razzisti, disumani e barbari.
Ovviamente, però, questo modo fuorviante di affrontare il tema non porta niente di buono al Paese. A nessuno; nel lungo periodo neppure all’economia del Nord. Se ne giova solo chi tesse la tela della discordia tra queste due parti d’Italia, immettendo, qua e là, tra i fili della discutibile ma legittima richiesta di autonomia differenziata anche i fili odiosi dell’antiterronismo, con lo scopo di mietere qualche successo elettorale o di orientare scelte di Governo. Ma ottenendo, in fondo, soltanto delle vittorie di Pirro pericolose per il Paese.
In questo clima da guerra di posizione, anche per gli uomini più avveduti, intellettualmente onesti ed autorevoli del Nord o del Sud del Paese, siano essi intellettuali, politici, imprenditori, giornalisti o semplici cittadini, diventa estremamente complicato, quando non inutile e controproducente, farsi portavoce delle ragioni del Mezzogiorno ed auspicare politiche finalizzate al superamento delle evidenti disparita tra le due aree del Paese.
Parlare di Mezzogiorno equivale ad accendere le micce di esplosivi dibattiti che ci portano sempre allo stesso punto. Con i meridionali terroni sporchi, sfaticati e parassiti ed i settentrionali polentoni razzisti, disumani e barbari.
In verità esiste un avamposto di economisti, intellettuali e giornalisti [vi invito a seguirli] che dalle pagine del Quotidiano del SUD (l’altra voce dell’Italia) diretto da Roberto Napoletano, dimostra con evidenze documentali l’ingiusta distribuzione delle risorse a favore del Nord. Da quelle pagine si prova a revisionare la narrazione costruita da un Nordismo trasversale e prevalente, che ha dipinto il SUD come la palla al piede dell’Italia per colpe esclusivamente proprie. Ma è, appunto, solo un avamposto e come tale se non arrivano i rinforzi non può mai vincere la difficilissima battaglia dell’affermazione della verità sul SUD e sulle determinanti della sua ingiusta condizione. Da quando Roberto Napoletano (ex Direttore del Sole 24 Ore) è il Direttore del Quotidiano del SUD, non ho più un solo ricordo di sue presenze nei talk show della politica nazionale sulle reti RAI o Mediaset o su La7. Sono sempre presenti invece i Feltri, i Sallusti, i Senaldi, i Giordano e i Giletti.
Se non si cambia l’approccio al problema, qualsiasi tentativo di sgomberare il campo dai pregiudizi e dai luoghi comuni, qualsiasi tentativo di definire una piattaforma di assunzioni condivise sul passato e sul presente per identificare, per il futuro, obiettivi convergenti tra Nord e Sud, è destinato a naufragare miseramente. Chi prova a farlo in un’ottica competitiva tra Nord e Sud parte in salita, deve provare a smontare tanti radicati luoghi comuni, deve provare a smentire falsi storici che – anche per colpa nostra – hanno il rango delle verità assolute e, per di più, deve provare a farlo navigando controvento. Affrontando cioè quel diluvio di sollevazione mediatica e social-digitale di cui è capace il popolo nordista che possiede tanti buoni argomenti e che è molto ben attrezzato sia nei canali tradizionali [TV, Giornali e Radio] che nella rete.
Per cambiare punto di vista ci si dovrebbe domandare se questo approccio da competizione interna serve al Paese; dovrebbero domandarselo soprattutto le forze economiche e politiche del NORD che sono più forti di quelle del Sud, che vincono facile su queste ultime, ma che comunque stanno inesorabilmente perdendo terreno a livello Europeo ed internazionale, trascinando con sé l’intero Paese. Le due semplici domande sono queste e le risposte sono ovvie.
Il modo giusto per affrontare il problema del dualismo territoriale può mai essere quello di alimentare lo scontro tra le due parti del Paese fomentando sentimenti di rivalità che si infarciscono di campanilismo, razzismo, egoismo e di molti altri sentimenti negativi? Certamente NO!
L’obiettivo dello sviluppo infrastrutturale, economico e sociale di un’area del Paese estesa per il 40% del territorio nazionale dove vivono oltre 21 milioni di italiani (35% della popolazione italiana) può diventare obiettivo condiviso del Paese per il quale immaginare uno sforzo complessivo del sistema Italia? Certamente SI!
Ce ne fornisce una lampante evidenza la storia degli ultimi trent’anni della Germania. Il Paese che oggi possiede l’economia più forte d’Europa e tra le prime al mondo, è quello che è uscito peggio di tutti dalla seconda Guerra Mondiale ed è lo stesso Paese che fino al 1989 era spaccato in due politicamente ed economicamente: 63 milioni di tedeschi da una parte e 16 milioni dall’altra.
Nel 1990, primo anno della Germania post caduta del muro di Berlino, il PIL pro capite prodotto dai circa 80 milioni di tedeschi era pari a 22.305 dollari. Vi era però una componente che comprimeva quel dato. Nella ex DDR (Germani Est) 16 milioni di tedeschi fino all’anno precedente 1989 viaggiavano ad un reddito medio pro capite di 9.679 dollari meno della metà dei tedeschi della BDR.
La Germania dopo i primi anni nei quali si sono verificati fenomeni di migrazione interna che stavano creando condizioni di ulteriore squilibrio tra le due Germanie, avviò il più grande intervento straordinario a favore di un territorio in ritardo di sviluppo che la storia economica conosca. Realizzando investimenti pubblici di riconversione industriale, di infrastrutturazione, di modernizzazione dei processi delle industrie manifatturiere, insomma mise in moto un processo di contaminazione e di concentrazione e investimento di risorse che portò in un ventennio benefici enormi non solo a quella parte di Germania, ma a tutto il Paese.
Oggi quelle differenze enormi presenti nel 1990 tra la parte Ovest e quella Est della Germania non ci sono quasi più. La Germania non è un Paese a due velocità. Non è un Paese che ha realtà disomogenee in termini di infrastrutture, di sviluppo tecnologico, di rete stradale e ferroviaria, di scuola e di sanità. E’ un Paese che ha standard di alto livello, diffusamente e capillarmente omogenei in tutto il territorio. E infatti, a distanza di quasi trent’anni, il gap tra il PIL pro capite della Germania e quello dell’Italia che nel 1990 era di circa il 7%, si è quasi quadruplicato sfiorando il 28%.

Tenere il SUD così indietro rispetto al Paese non solo è ingiusto, ma non serve a nessuno, neanche all’economia del Nord. E chi conduce la battaglia propagandistica contro ogni intervento al SUD con il miope argomento di salvaguardare risorse che non devono essere sperperate al SUD ma che devono essere proficuamente impiegate al NORD – dove vengono prevalentemente prodotte – non rende un buon servizio al Paese; in prospettiva neppure all’economia del NORD che con questa visione finirà per perdere il confronto competitivo con gli altri Paesi d’Europa.
L’Italia potrà continuare ad essere il Paese che è, e non perdere terreno in Europa e nel Mondo solo se riuscirà a vincere la sfida dello sviluppo del SUD; di quella parte di Paese che rappresenta circa il 40% del territorio ed il 35% della popolazione. E’ l’approccio che deve cambiare. Basta con i terroni e i polentoni… a meno che non stiamo amichevolmente scherzando tra Italiani.

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